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	<title>L&#039;appunto</title>
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	<description>Il blog fuori dal coro</description>
	<lastBuildDate>Sun, 26 Feb 2012 23:03:53 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La carta giusta per salvare il pianeta</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 23:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>L'Appunto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente e risparmio energetico]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’era digitale ridurre il consumo della carta può contribuire sensibilmente a salvare le foreste mondiali e risparmiare denaro
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft" title="carta" src="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/carta.jpg" alt="" width="300" height="225" />* di Andrea Angeli</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per secoli la carta ha accompagnato l’umanità nel proprio processo evolutivo contribuendo in maniera decisiva alla diffusione della cultura, delle comunicazioni e delle relazioni su scala mondiale.<br />
La sua versatilità ed economicità ne fanno ancora oggi un materiale di largo consumo utilizzato nei contesti più vari e tali da essere considerata quasi essenziale nella vita quotidiana.<br />
Tuttavia da qui ai prossimi decenni lo smisurato consumo della carta rischia di trasformarsi in uno di quegli eccessi che il nostro pianeta non sarà più in grado di sostenere.<br />
Ogni anno nel mondo vengono consumate 300 milioni di tonnellate di carta e l’Italia contribuisce sensibilmente all’enorme spreco. Secondo alcuni studi ogni italiano utilizza circa 200 Kg di carta nell’arco dei dodici mesi e stampa, in media, 32 pagine di documenti al giorno.<br />
Si tratta di consumi in linea con quelli degli altri paesi europei ma che sotto il profilo dell’impatto ambientale pongono allarmanti interrogativi sul futuro.<br />
La carta ricavata dalle fibre di cellulosa rappresenta infatti circa il 17% dell’utilizzazione del legno con una domanda in espansione che negli ultimi anni ha contribuito ad incrementare la deforestazione e l’abbattimento degli alberi, soprattutto nelle aree tropicali della Terra.<br />
Attualmente le foreste si estendono per 40 milioni di Km quadrati sull’intero pianeta. Tuttavia ogni giorno se ne perdono circa 350 Km quadrati a causa di vari fattori tra cui il taglio indiscriminato del legname per l’utilizzo industriale.<br />
Ogni foresta che scompare rappresenta per il pianeta un elevato fattore di rischio.<br />
Le foreste oltre a costituire un enorme patrimonio di biodiversità e l’habitat essenziale di molte specie animali giocano un ruolo essenziale nello smaltimento dell&#8217;anidride carbonica immessa nel pianeta dalle attività umane.<br />
Nei paesi industrializzati dell’America Settentrionale e dell’Europa, anche a seguito di una crescente attenzione verso le  tematiche ambientali tali da condizionare le scelte a livello governativo, si è assistito negli ultimi decenni ad una progressiva avanzata delle superfici forestali che lentamente hanno riconquistato in modo naturale porzioni di territorio.<br />
Malgrado questi trend positivi di crescita della copertura boschiva e di rinaturalizzazione di alcune aree del mondo il disboscamento selvaggio costituisce una minaccia che l’umanità sarà chiamata ad affrontare nei prossimi anni.<br />
Senza dubbio il riciclaggio della carta e il recupero della carta da macero costituisce una pratica virtuosa che si è consolidata nel corso degli ultimi anni ma da sola non è in grado di scongiurare i fattori di rischio ambientale.<br />
Una delle sfide ecologiche del terzo millennio sarà la capacità di ridurre i consumi della carta, la quale potrebbe generare positivi effetti anche sul fronte dei consumi di energia.<br />
Il riciclaggio della carta comporta infatti, a sua volta, un consumo di energia che potrebbe essere risparmiata risolvendo il problema a monte.<br />
In quest’ottica la rivoluzione digitale degli ultimi anni ha contribuito notevolmente alla causa ambientale  offrendo soluzioni semplici ed adeguate (tablet, smartphone, e-paper ecc.) che in molte circostanze ci consentono di fare a meno della carta.<br />
Quello che è necessario conseguire nell’immediato futuro è una evoluzione culturale che miri a modificare comportamenti e usi consolidati radicati nella quotidianità.<br />
Attraverso piccoli gesti accorti è possibile ridurre i consumi di carta e al contempo risparmiare denaro, un aspetto certamente non secondario in tempi di crisi economica.<br />
Stampare documenti solamente quando strettamente necessario e sempre su entrambi i lati del foglio, privilegiare la comunicazione in rete tramite email, sono solamente alcune buone pratiche per ridurre la quantità di carta in circolazione.<br />
Ma non basta. Ciò che realmente potrebbe determinare il salto di qualità è la riduzione dei flussi cartacei a favore di processi documentali totalmente informatizzati.<br />
Digitalizzazione e dematerializzazione sono i concetti cardine di questa nuova rivoluzione che oltre ad operare una progressiva sostituzione dei supporti tradizionali della documentazione amministrativa in favore del documento informatico dovrebbe garantire una maggiore trasparenza e velocità soprattutto per quanto concerne la gestione documentale.<br />
Da tempo questo tipo di approccio innovativo ha fatto breccia nel mondo delle aziende attratte soprattutto dalla possibilità di ridurre costi tangibili incrementando l’efficienza dei processi aziendali.<br />
Sebbene l’impresa “paperless” rappresenti ancora una chimera sia in Italia che in Europa (secondo un’indagine, il 79% dei lavoratori in Italia dichiara di utilizzare sempre o spesso la carta in ufficio, la percentuale sale addirittura al 91% in Germania) l’introduzione di soluzioni avanzate già presenti sul mercato, quali ad esempio, l’archiviazione elettronica, la firma digitale e la fatturazione elettronica, ha permesso a molte piccole e medie aziende di operare tagli nelle spese logistiche e gestionali attraverso un management più funzionale di tutti i flussi informativi interni.<br />
Ma i vantaggi non finiscono qui. In un contesto di mercato fortemente competitivo come quello attuale, dominato da una concorrenza spietata sui prezzi, i valori così come la qualità possono realmente fare la differenza. Per questo da tempo, molte aziende all’avanguardia hanno adottato al proprio interno codici etici nei quali la sostenibilità ambientate gioca un ruolo essenziale.<br />
Promuovere l’ambiente attraverso l’eliminazione della carta nei processi amministrativi e informativi può significare dunque comunicare e pubblicizzare in maniera più efficace il proprio prodotto ad un consumatore sempre più informato e attento su queste tematiche &#8220;ecologically correct&#8221;.<br />
Anche sul fronte della pubblica amministrazione la gestione digitale dei documenti sta timidamente acquisendo uno spazio considerevole ponendosi come uno degli elementi di rilievo nell’ambito dei processi di riforma interna.<br />
Questo si deve in primo luogo all’esigenza di ridurre considerevolmente la spesa pubblica improduttiva eliminando sprechi, inefficienze che di fatto rappresentano la principale zavorra per lo sviluppo e l’ammodernamento dell’economia italiana.<br />
Basti pensare alla facilità di errori, smarrimenti, perdite e ai biblici tempi di risposta che potrebbero essere ridotti attraverso la gestione dell’attività amministrativa in un ambiente digitale.<br />
Negli ultimi anni passi significativi sono stati fatti sul piano normativo con l’introduzione del Codice dell&#8217;Amministrazione Digitale (CAD) e a livello di e-governent con l’introduzione della posta elettronica certificata (PEC) che costituisce ormai il canale preferenziale di contatto tra lo Stato e il cittadino.<br />
La strada è tracciata, adesso serve uno sforzo comune per preservare il pianeta alle future generazioni.</p>
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		<title>Google+, è lanciata la sfida a Facebook</title>
		<link>http://lappunto.altervista.org/blog/google-sfida-facebook/</link>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 20:58:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>L'Appunto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuove tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Google+]]></category>
		<category><![CDATA[social networks]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[Google Plus il nuovo social network di casa Google che punta a sfidare Facebook e Twitter con nuove funzionalità. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="Goolge plus" src="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/07/google-plus-logo.png" alt="" width="256" height="256" />* di Andrea Angeli</p>
<p style="text-align: justify;">Panta rei dicevano gli antichi greci, tutto scorre molto velocemente in mondo virtuale come quello del web dove la lotta per la conquista di posizioni di vertice assume i connotati di una guerra sempre più reale combattuta a colpi di bit.<br />
Una continua corsa all’innovazione tra “giganti” dell’informatica di cui, negli ultimi anni, hanno potuto, almeno apparentemente, avvantaggiarsi gli utenti della rete, stimolati da nuovi servizi e applicazioni imperdibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è però il rovescio della medaglia. Se è vero infatti che oggi possiamo comunicare con un “clic” con chiunque in qualunque parte del pianeta è altrettanto doveroso constatare come questa innata esigenza umana, in alcuni casi, si stia oggi trasformando in una sorta di “ossessione” capace di condizionare anche i rapporti umani all’interno di una società.<br />
Certamente le cronache di questi ultimi tempi hanno mostrato in maniera inequivocabile come i social network non siano più soltanto un passatempo, ma un fenomeno ben più complesso in grado di permeare le coscienze di migliaia di persone e di veicolare con grande efficacia valori universali quali la <strong>libertà </strong>e la <strong>democrazia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre però essere ben coscienti che le reti sociali hanno ormai pervaso ogni aspetto della nostra vita quotidiana.<br />
Anche non volendo, siamo quotidianamente stimolati e coinvolti da questa nuova dimensione virale.<br />
Dal settore dell’informazione dove le notizie corrono sempre più veloci attraverso la condivisione su <strong>Twitter</strong> al mondo del lavoro dove i cosiddetti cacciatori di teste fanno sempre più ricorso a <strong>LinkedIn </strong>o ai video curriculum caricati su <strong>Youtube</strong> per trovare i giovani talenti o, magari, si può essere licenziati se scoperti a chattare durante l’attività lavorativa.<br />
La chiamano la New Economy, ovvero quella che guarda ad internet come un&#8217;opportunità per crescere e fare business nel mondo offline, quello reale.<br />
Un mondo dove per stare sul mercato bisogna essere innovativi, originali e web 2.0 .<br />
È da qui che nasce l’esigenza per i grandi colossi di rigenerarsi continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la nascita e l’inarrestabile ascesa di Google e del suo motore di ricerca, a partire dall’inizio del nuovo millennio, si è spezzato il primato del “software” che per oltre dieci anni aveva dominato il mondo dell’informatica.<br />
Il web con i suoi servizi sempre più a misura delle esigenze degli internauti è divenuto improvvisamente protagonista, tanto da guadagnarsi, nel 2006, la copertina della celeberrima rivista statunitense Time come “Person of the Year”.<br />
Poi sono arrivati i social network, dapprima fu <strong>Myspace</strong> poi Twitter e soprattutto <strong>Facebook</strong> che negli ultimi 3 o 4 anni ha profondamente cambiato il modo di stare connessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine della storia? Certo che no.<br />
Ecco che improvvisamente ma non inaspettatamente, rispunta Google, per la verità un po’ in ombra negli ultimi tempi, che con il suo nuovo social network, <strong>Google +</strong> punta a scalzare il predominio di Sua Maestà Facebook e a conquistare i suoi <strong>750 milioni di utenti</strong>.<br />
La sfida è lanciata e, come prevedibile, il terreno di battaglia sarà “social”.<br />
Certamente non sarà facile per Google scalfire una “rete” imponente e fidelizzata come quella messa in piedi da <strong>Mark Zuckerberg</strong> nel giro di pochi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto, però, che a partire dal 28 giugno scorso, giorno di lancio del nuovo servizio ancora in versione beta, gli smanettoni più trendy del web si sono messi immediatamente in moto per accaparrarsi gli inviti per potervi poi accedere.<br />
Una moltitudine di richieste tale da costringere Google a operare, fin da subito, un continuo tira e molla nell&#8217;apertura degli accessi contribuendo quindi ad aumentare la curiosità e l’aspettativa di tutti coloro che desiderano assicurarsi un biglietto in prima fila per testare il social network che, a distanza di pochi giorni, vanta già quasi <strong>5 milioni di utenti </strong>oltre una serie di applicazioni e estensioni che permettono l’integrazione con altre realtà della rete.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma in cosa Google + risulta differente da Facebook?</strong><br />
Sicuramente nella condivisione dei contenuti basata sul concetto di “<strong>cerchie</strong>” (una sistema di gestione dei contatti a metà strada tra quello di Facebook e di Twitter), un modo forse più semplice e intuitivo per impedire eventuali gaffe online, come ad esempio, quando vengono mostrate foto a persone che non vorremmo.<br />
Vi è poi l’altra importante novità, ovvero quella di poter effettuare in maniera del tutto gratuita videochiamate (“<strong>Hangouts</strong>” in inglese) di gruppo fino a 10 utenti, cioè una sorte di piccola videoconferenza.<br />
Probabilmente andremo incontro all&#8217;era della <strong>videochat</strong> e consapevole di questo Facebook ha prontamente risposto alleandosi con <strong>Skype</strong> e integrando la sua piattaforma. D’ora in poi sarà dunque possibile videochattare anche su Facebook.<br />
Per il resto, come primo impatto, il profilo di Google + richiama sostanzialmente quello di Facebook con l’unica particolarità, neanche troppo originale, del “<strong>tasto +1</strong>”, una versione googlerizzata dell’ormai famoso “<strong>Like</strong>” di Facebook.<br />
Ma siamo solo all’inizio e probabilmente il bello ha ancora da venire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Aggioranamento: a partire dal 10 luglio l&#8217;accesso a Google+ è libero e non necessita inviti.</em></strong></p>
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		<title>I LED nuova frontiera per il mondo dell&#8217;illuminazione pubblica</title>
		<link>http://lappunto.altervista.org/blog/led/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 20:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>L'Appunto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente e risparmio energetico]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[LED]]></category>
		<category><![CDATA[risparmio energetico]]></category>

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		<description><![CDATA[La rivoluzionaria tecnologia può contribuire a ridurre l'inquinamento e abbattere sensibilmente i consumi favorendo in tal modo il contenimento dei costi nel bilancio dei piccoli comuni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-8"></span><br />
<a href="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/03/led2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-17" title="led" src="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/03/led2.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>*di Andrea Angeli</p>
<p style="text-align: justify;">Da alcuni anni a questa parte concetti come<strong> efficienza energetica</strong> ed <strong>eco-sostenibilità</strong> sono entrati a pieno titolo a fare parte del nostro lessico comune.<br />
Malgrado ciò, alcuni studi condotti da centri di ricerca specializzati indicano che le città italiane sono ancora molto distanti degli standard ambientali che invece caratterizzano altre realtà urbane, sia in Europa che nell’America Settentrionale.<br />
Recentemente il Global City Report 2010 redatto dall’Istituto Scenari Immobiliari ha premiato la canadese Toronto come la città più sostenibile al mondo. Purtroppo in questa lodevole classifica nessuna delle due realtà italiane prese ad esame, ovvero Roma e Milano, è riuscita a posizionarsi nelle prime venti posizioni.<br />
Certamente nel nostro paese occorre una maggiore attenzione verso queste tematiche e spesso una più convinta propensione ad investire verso progetti innovativi.<br />
Una lungimiranza questa che sembrano invece possedere in una piccola realtà del nostro Mezzogiorno, quello che malgrado i suoi problemi strutturali talvolta è capace di generare anche dei piccoli “miracoli”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torraca</strong>, un paesino di circa 1.300 abitanti in provincia di Salerno, è stata la prima città al mondo ad aver sostituito la vecchia rete di illuminazione con circa <strong>700 punti luce a LED</strong>.<br />
Un caso studio di eccellenza assoluta che continua a suscitare un interesse planetario tanto da indurre la stessa Toronto che, occorre ricordarlo, ha una popolazione di oltre quattro milioni di abitanti a stringere un gemellaggio proprio con la piccola cittadina del Cilento allo scopo di studiare da vicino la sperimentazione.<br />
<strong>Ma dove sta la portata rivoluzionaria di un simile intervento?</strong><br />
Ebbene la sorprendente intuizione sta proprio nell’utilizzo dei LED, una tecnologia matura, che sempre maggiormente trova ampia applicazione nell’industria tecnologica e automobilistica, solo per citare gli esempi più eclatanti.<br />
A dispetto delle tradizionali lampade questi diodi ad emissione di luce offrono infatti molti vantaggi, proporzionali all’applicazione che ne viene fatta.<br />
Innanzitutto essi si caratterizzano per una elevata efficienza in termini di rapporto tra quantità di luce prodotta e consumo.<br />
È stato stimato che un lampione a LED determina una <strong>riduzione dei consumi fino al 70%</strong> rispetto ai lampioni tradizionali.<br />
Quindi un notevole risparmio energetico che si associa ad altre fondamentali caratteristiche quali una notevole affidabilità e un ciclo vitale dieci volte superiore rispetto a quello delle soluzioni convenzionali.<br />
Riprova ne è il fatto che il comune di Torracca, grazie all’introduzione dei nuovi sistemi di illuminazione, è riuscito a risparmiare il 65% dell’energia necessaria e a <strong>ridurre del 50% i costi di manutenzione</strong> degli impianti stessi.<br />
Un vero affare dunque con un investimento tutto sommato contenuto se, in base alle dichiarazioni degli amministratori torrachesi, i costi per la realizzazione dell&#8217;intero progetto si sono aggirati intorno ai 280.000 euro che prevedono di ammortizzare nel giro di pochi anni.<br />
Senza dubbio si tratta di un esperimento che in un momento di difficile congiuntura economica mondiale come quello attuale mira a soddisfare un’esigenza fondamentale che caratterizza i piccoli come i grandi comuni d’Italia ovvero quella di far quadrare i bilanci, riducendo sensibilmente i costi dell’illuminazione stradale che del resto costituiscono una voce consistente della spesa pubblica.<br />
Allo stesso tempo questo tipo di realizzazioni segnano anche il tracciato per un nuovo modo di concepire il risparmio energetico quello che concilia al contempo il rispetto per l&#8217;ambiente circostante e nuove opportunità di business.<br />
Grazie alle caratteristiche intrinseche dei LED, sempre a Torraca, affermano infatti di aver <strong>ridotto del 90% l’inquinamento luminoso prodotto</strong>.<br />
Un aspetto anch’esso che certamente li ha spinti a credere ancora maggiormente nelle possibilità di sviluppo dell’intero esperimento e ad indurli a realizzare quattro impianti fotovoltaici sul territorio comunale nonché una fabbrica a partecipazione pubblica per la produzione di<strong> pannelli solari</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">[articolo pubblicato su <a href="http://www.liberambiente.com/">Liberambiente</a> Newsletter n.4 febbraio 2001,  <a href="http://www.centritaliaonline.com/journal/">Centritalia Online</a>]</p>
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		<title>La scuola italiana e la cultura del &#8217;68</title>
		<link>http://lappunto.altervista.org/blog/scuola-cultura-68/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 14:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>L'Appunto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[sessantotto]]></category>

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		<description><![CDATA[Meritocrazia e rispetto gli elementi essenziali sui quali rifondare una scuola moderna, europea che si prefigga l'obiettivo di formare al meglio le generazioni di domani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/01/scuola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-13" title="scuola" src="http://lappunto.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/01/scuola.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>* di Andrea Angeli<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di scuola e di riforme all’interno di essa credo che occorra dare il segno di un inversione di rotta anche e soprattutto sotto il profilo culturale.<br />
Appare infatti del tutto evidente come tutte le decisioni prese sull’onda ideologica dei movimenti sessantottini abbiano, col senno di poi, comportato lo sfascio della scuola italiana.<br />
Si è pensato che concetti come &#8216;regole&#8217; e &#8216;merito&#8217; dovessero stare fuori dalle aule scolastiche e che tutti, studenti, bidelli, professori, presidi, sindacati e ministri, potessero fare al loro interno tutto quello che volevano. Solo così si spiegano alcune situazioni paradossali oggi vigenti all’interno della scuola italiana.<br />
Sempre più spesso la scuola sale agli ‘onori’ della cronaca in compagnia di istituzioni altrettanto rispettabili, ma che con essa dovrebbero avere poco a che fare: i carabinieri, la polizia (insomma, le forze dell’ordine) e la magistratura.<br />
Gli episodi di violenza e bullismo contro alunni ed insegnanti avvenuti nelle scuole rappresentano ormai la quotidiana cronaca dei telegiornali e dei quotidiani locali.<br />
Una situazione certamente preoccupante, molto spesso figlia del crescente degrado sociale che caratterizza molte realtà urbane italiane sparse omogeneamente tra nord e sud ma che al tempo stesso riflette la fragilità di un modello educativo inadeguato.<br />
Un modello falsamente buonista che in nome del permissivismo senza limiti ha sacrificato l&#8217;autorità dell’insegnante privandolo al contempo del suo ruolo di educatore.<br />
E che dire dell’atteggiamento di molti neo-perbenisti quasi sempre appartenenti all’intellighenzia di sinistra, che di fronte ad una realtà difficile e per certi aspetti drammatica preferiscono coprirsi gli occhi e rifugiarsi nel comodo porto delle frasi fatte (dobbiamo educare e non reprimere) e dei palliativi (i corsi di educazione alla legalità, ad esempio, come se il rispetto delle regole della convivenza civile non fosse qualcosa che si apprende giorno per giorno, nel concreto svolgersi della vita scolastica, ma l’oggetto di una materia specifica).<br />
A partire da questo impietoso ritratto del sistema educativo italiano credo che si possa e si debba cambiare.<br />
La scuola al pari della famiglia e della società deve tornare a fornire messaggi forti e chiari ai giovani su ciò che è giusto e ciò che non lo è.<br />
In tal senso una seria e attenta riflessione sul ruolo dell’<strong>autorità</strong> e della <strong>libertà</strong> nei comportamenti personali e in quelli implicati dalle relazioni interpersonali risulta quanto mai necessaria.<br />
L’autorità non è autoritarismo e la libertà non è permissivismo come invece la sinistra vorrebbe farci credere.<br />
Per questo la scuola del futuro, quella che ambisce a formare le giovani generazioni di questo paese, non può fare a meno di interiorizzare questa profonda antinomia applicandola quotidianamente nell&#8217;espletamento della propria<strong> funzione didattica</strong>. Se si abdica da questo ruolo, si rischia la degenerazione nell’<strong>anarchia</strong>.<br />
Ma lo sfascio della scuola italiana non è testimoniato solamente dalle occupazioni, dalle violente contestazioni o dal bullismo dilagante ma anche e soprattutto dai dati statistici alla mano.<br />
Gli studenti italiani per esempio hanno una media di<strong> ore di studio settimanali</strong> superiore a quella della media Ocse: <strong>10,5 contro le 5,9 degli altri colleghi europei</strong>. Nonostante questo sforzo i risultati sono certamente non confortanti ed infatti gli studenti italiani sono in Europa quelli che entrano più tardi nel mondo del lavoro.<br />
Anche su questo pesa inevitabilmente il fardello dell’eredità dl ’68. E si perché oltre al permissivismo la cultura sessantottina ha prodotto la cosidetta “<strong>lotta alla selezione</strong>” che ha portato alla cancellazione del merito.<br />
Si è confusa dunque l<strong>’opportunità</strong> di studiare con il “<strong>diritto</strong>” a ricevere per forza un titolo di studio dopo un certo numero di anni. L’insegnante migliore non è più quello preparato, ma quello che promuove senza nulla chiedere.<br />
Anche a partire da ciò credo che sia necessario interrogarsi se la bocciatura senza appello debba spettare a chi è oggi impegnato nella modernizzazione del nostro apparato scolastico ed universitario o all’ideologia della sinistra che ha negli anni prodotto lo sfascio di cui sopra?</p>
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